'Que le vaya bien'

Inserito da Daniele Sacchetti giovedì 08 settembre 2011

Sono le 6 della sera ma ad Asunción - capitale del Paraguay - il caldo sembra non avere orario. Ci saranno almeno 35° centigradi ed il tasso di umidità in questo periodo è elevatissimo; non si muove una foglia e si suda a stare fermi.

Sono appena giunto al terminale degli autobus col mio zaino sulle spalle, pronto ad acquistare un biglietto per andare fino a Santa Cruz, in Bolivia. Mi hanno assicurato che il bus parte alle 20 e che per arrivare a destinazione impiega ben 27 ore, ma che trattandosi di un coche cama [1] il viaggio sarà piuttosto comodo.

Acquisto il biglietto e deposito il bagaglio. Nell’attesa inizio a guardare la cartina del Paraguay e noto che la strada è asfaltata per i primi 530 km, fino a Mariscal Estigarribia [2], poi per i restanti 250, necessari per arrivare al confine, si tratta di una pista.

Ho già fatto altri spostamenti lunghi in America Latina ma questo mi preoccupa un po’, anche perché mi aspetto che la seconda parte del tragitto, quella in territorio boliviano, non sia certo migliore della prima. Così vengo colto da quel piacevole senso di curiosità ed inquietudine tipico di quando si lascia un posto che già si conosce e col quale si aveva già preso confidenza per andare in un altro completamente sconosciuto. E per di più senza sapere quello che ti aspetta durante lo spostamento.

Alle 20,15 arriva il bus e subito mi accorgo che le informazioni di cui dispongo non sono esatte: non si tratta di un coche cama, non c’è il bagno e nemmeno l’aria condizionata. L’autobus è di quelli vecchi e un po’ scassati che spesso si vedono da queste parti, non ha la forma dei vecchi scuolabus americani ma non è certo un prototipo di modernità. Comunque, anche se probabilmente inquineranno il doppio, su tale tipo di tragitti questi autobus sono forse i più affidabili.

Prendo posto nel sedile numero 15, quello che mi è stato assegnato, e pongo il mio piccolo zainetto sotto i piedi perché il bus è a pieno carico e gli altri passeggeri hanno disordinatamente già occupato tutti gli spazi disponibili. Non vedo altri stranieri oltre a me, solo paraguaiani e soprattutto boliviani; a fianco a me siede un signore boliviano di mezza età il quale mi spiega che in realtà c’è un’altra compagnia che svolge questo servizio con bus più moderni, ma che partono solo in giorni precisi e che il biglietto costa di più. Apprendo con piacere questa notizia, soddisfatto del fatto che non sono stato preso in giro (o almeno non completamente).

Il bus parte “puntuale” alle 20,30 e tutti i passeggeri aprono i finestrini per fare entrare un po’ d’aria, dato che, a causa del caldo e delle laboriose operazioni di salita, all’interno aleggia già uno spiacevole odore di sudaticcio.

Le prime ore di viaggio volano via tranquille grazie alla compagnia di Polen, il mio “vicino”: è un ex minatore e sindacalista dalle idee decisamente rivoluzionarie, col quale mi trovo subito in sintonia, soprattutto dopo che mi sono lasciato scappare qualche apprezzamento sulla figura di Ernesto Che Guevara. Sarà anche per questo che lui inizia a chiamarmi hermano [3]. Il tema del lavoro, al quale Polen sembra tenere particolarmente, è spesso al centro della conversazione ed è quasi toccante ascoltare i racconti di quando lavorava nelle miniere di Potosì [4] in condizioni veramente disumane. Le sue mani logorate dal duro lavoro mi confermano che sta dicendo la verità.

  Adesso Polen fa l’artigiano a Cochabamba [5] e se la passa abbastanza bene, anche se rimpiange il suo passato di lotte, ma aggiunge che dopo l’arresto che ha subito tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 non è più quello di prima (immagino che passare qualche anno in un carcere boliviano non debba essere una cosa troppo piacevole). Alla fine ci inoltriamo in un interessante confronto tra i nostri paesi, accorgendoci che nonostante le grandi diversità noi ci sentiamo molto più vicini della distanza che li separa.

Le prime soste sono utili per rifornirsi d’acqua, e per scoprire che a Polen la stessa bottiglia costa 500 guaranies [6] (circa 250 £) in meno che a me, ma questo fa parte del “gioco”... Cerco un bagno per soddisfare i miei bisogni ma mi accorgo che tutti i passeggeri maschi orinano tranquillamente dietro l’autobus, così mi ricordo che un paio di anni prima, a La Paz, ho visto un sacco di gente che soddisfaceva i propri bisogni direttamente in mezzo alla strada nonostante la presenza di altri passanti. Questo vale almeno nelle ore notturne e così mi adatto e mi unisco alla lunga fila di “piscioni”.

L’autobus riparte e dopo aver mangiato i cibi sintetici che ci hanno propinato mi addormento tranquillo, anche perché la strada è buia ed all’esterno non si vede niente.

Dopo qualche ora Polen mi sveglia dicendomi che dobbiamo scendere per porre il timbro di uscita dal Paraguay sul passaporto. Per un attimo mi illudo che siamo già arrivati alla frontiera ma guardo fuori e vedo solo una stazione di benzina con a fianco una specie di baracca in legno; è lì che un lento e svogliato funzionario della dogana paraguaiana appone i timbri sui nostri passaporti, ovviamente senza il minimo controllo.

Ripartiamo e cerco di riaddormentarmi ma poco dopo finisce la strada asfaltata e ci metto un bel po’ ad abituarmi ai frequentissimi sussulti del bus. Alla fine, comunque, il sonno prende il sopravvento.

Mi sveglio all’alba, mentre tutti stanno ancora dormendo, all’esterno si vede una fitta boscaglia verde interrotta solo da questa secca “strada” sterrata illuminata dalle prime luci del giorno. Si tratta di uno spettacolo affascinante per quanto desolante. Siamo in mezzo al Chaco [7], nella parte paraguaiana; per un istante mi rendo conto che un qualsiasi imprevisto potrebbe farci restare fermi per ore, in attesa che passi un altro veicolo, ma mi lascio prendere dal sorgere del sole ed ammiro compiaciuto l’accendersi dei colori man mano che aumenta la luce (e purtroppo anche il calore...). Mi sembra di aver visto anche uno strano uccello simile allo struzzo, poi Polen mi spiegherà che si tratta dello ñandù [8].

A metà del mattino, con solo un’ora di ritardo rispetto alle previsioni, arriviamo all’ultimo posto di blocco dell’esercito paraguaiano prima della frontiera. Da una vecchia casa ridotta in pessime condizioni, simile ai nostri casolari di campagna da ristrutturare, escono alcuni militari il cui compito è quello di svolgere gli ultimi “controlli” sulla regolarità dei documenti dei passeggeri e sulle cose trasportate. La sosta è breve - anche perché i controlli ovviamente sono più teorici che pratici - ma c’è comunque il tempo di scendere dal bus per un paio di minuti per sgranchirsi le gambe, per rendersi conto del caldo bestiale che fa - nonostante il tempo sia nuvoloso - e per ringraziare il cielo di non essere costretti a vivere da queste parti.

Il viaggio prosegue e mentre ci avviciniamo al confine boliviano la strada diventa sempre più polverosa (tanto che all’arrivo a Santa Cruz ci accorgeremo di essere completamenti impolverati). Davanti e dietro è sempre lo stesso panorama: una “strada” secca e dritta con ai lati il verde della vegetazione, e se non fosse per una piccola colonna con sopra disegnate le bandiere dei due paesi non mi sarei certo accorto di aver attraversato il confine.

Polen sembra molto entusiasta di trovarsi sul suolo boliviano, ma il primo posto di controllo militare mi ricorda che siamo appena entrati in uno dei paesi più poveri dell’America Latina. Mentre gli autisti sbrigano le brevi formalità con un militare, probabilmente il più anziano del posto visto che dimostra 80 anni, un paio di giovanissimi soldati di leva si avvicinano all’autobus per “scroccare” ciò che è rimasto da mangiare dopo la cena della sera precedente e la colazione del mattino. Diamo loro tutto il possibile, meritandoci grandi sorrisi come segno di ringraziamento. Non ho alcuna forma di simpatia per i militari e le forze dell’ordine in generale, soprattutto qua in America Latina; tuttavia, in queste circostanze non posso far altro che provare un forte senso di solidarietà nei loro confronti.

Il Chaco boliviano è identico a quello paraguaiano, con l’unica differenza che l’estensione è minore. Ogni tanto si vedono piccoli pozzi di petrolio in mezzo al nulla, alcuni dei quali sembrano in disuso. Ai tempi della Guerra del Chaco [9] si pensava che la regione fosse ricca di tale risorsa ma poi si scoprì che in realtà i giacimenti erano decisamente minori delle aspettative.

Un camionista che transita in senso opposto ci avvisa che lungo il percorso ha incontrato pioggia e che le condizioni della strada vanno peggiorando, ma che comunque per ora è percorribile.

Alla frontiera boliviana le operazioni di ingresso sono piuttosto laboriose ed anche se non ci sono problemi di nessun tipo siamo costretti ad una sosta di almeno mezz’ora. Di solito in questi sperduti posti di frontiera è pieno di cambiavalute che praticano tassi di cambio sfavorevoli ma che sono utilissimi per liberarsi degli ultimi spiccioli rimasti. Qui invece non ce ne sono e l’unico disposto a cambiarmi i 10.000 guaranies che mi sono rimasti in tasca è l’autista del bus che in cambio mi dà 2 U.S. $, visto che non dispone di moneta boliviana. Meglio i dollari dei guaranies, ma qui mi servono i bolivianos [10], e l’unico modo che trovo per poter utilizzare il bagno è “pagare” il servizio con penne e matite! In questi posti infatti non è facile trovare un bagno pubblico e sempre bisogna lasciare qualche spicciolo - di solito 1 boliviano, che corrisponde circa a 300 £ - per poterne usufruire. Probabilmente nel mio caso si sarebbero accontentati di una vecchia “bic”, ma quando ho notato che un gruppetto di bambini se la stavano litigando ancora prima che io la tirassi fuori dallo zainetto ho pensato di accontentarli tutti.

Ritorno sul bus pienamente ristorato dalla sosta e felice per la mia buona azione; ancora una volta le mie ampie scorte di penne, matite e fogli sono servite per fare felice qualcuno.

Proseguiamo e poco dopo arriviamo a Villamontes, uno squallido paesino al confine tra il dipartimento di Tarija e quello di Santa Cruz, nel sud-est boliviano. Qui mangiamo qualcosa e trovo anche una signora disposta a cambiare i miei 2 $; intanto Polen mi convince a scattare un paio di foto e nonostante i suoi pessimi gusti fotografici decido di accontentarlo e gli prometto che gliele spedirò a casa.

All’uscita da Villamontes la strada è asfaltata ma si tratta solo di una breve illusione perché dopo qualche chilometro ritorna come prima, con l’unica differenza che ora sta piovendo. Siamo usciti dal Chaco ed il panorama è cambiato: ci sono ampie colline e la boscaglia è più fitta e più alta, la strada assume un colore sempre più rosso, e la terra è più granulosa e meno dura. Il contrasto verde-rosso, interrotto da qualche sporadica casupola, è decisamente piacevole.

L’andatura è molto lenta e vorrei dormire; tuttavia Polen è un fiume in piena e non se ne sta zitto un secondo: adesso vuole sapere tutto sulle donne italiane, su come sono fatte, come si vestono, come vivono, ecc.. Ancora una volta cerco di accontentarlo, stando ben attento a non offendere il suo machismo, che in questi paesi è ancora molto radicato. Provo anche a convincerlo - ma il mio sforzo risulterà assolutamente invano - dell’importanza del riciclaggio, spiegandogli che la plastica non è biodegradabile e che non è bene tirare tutto dal finestrino, come si usa da queste parti. Fallito ogni tentativo di “pedagogia ambientalista”, ritorno a subirmi i discorsi politico-rivoluzionari di Polen, che sarebbero anche interessanti, se non fossero gli stessi della sera prima...

Nel frattempo attraversiamo piccoli e sconosciuti villaggi (l’unico nome che ricordo è quello di Camiri); la strada sembra infinita, fuori la luce è sempre di meno e la stanchezza inizia a farsi sentire. Quando ci fermiamo per la “cena” un passeggero paraguaiano mi informa che mancano solo 5 ore all’arrivo e che la metà del percorso è su strada asfaltata. Mentre sorseggiamo un mate de coca [11] iniziamo a parlare delle bellezze naturali della Bolivia, che lui sembra conoscere a fondo ed apprezzare più del suo paese. Concordo con lui e provo a spostare la conversazione sul Paraguay, per cercare di capire qualcosa in più di quell’apparente “anarchia passiva” che vi ho trovato. In pochi minuti il mio nuovo amico non mi dice niente di nuovo ma mi conferma che in Paraguay le attività economiche più diffuse sono l’agricoltura e l’allevamento, ma che quella più redditizia è sicuramente il contrabbando. In effetti basta attraversare qualsiasi frontiera paraguaiana per rendersi conto che i controlli sono praticamente inesistenti. Oppure basta fermarsi qualche giorno ad Asunción per accorgersi che non ci sono quasi attività produttive e che, uffici a parte, la gente vive soprattutto di lavoro nero che si svolge prevalentemente per le strade, dove ad ogni angolo è possibile trovare merce di qualsiasi tipo. Sono poi gli stessi paraguaiani ad ammettere che a parte l’artigianato degli indios guaraní [12] - tra cui il famoso pizzo ñanduti [13] - la loro specialità sono le imitazioni e che riescono a copiare i prodotti più svariati, ovviamente con materiali di qualità inferiore agli originali. 

Con questo signore paraguaiano la conversazione è molto piacevole, ma stranamente fa poche domande di carattere personale e soprattutto evita di parlare di se stesso, così mi viene da pensare che forse anche lui sta trasportando qualche merce di contrabbando e decido di non approfondire l’argomento. Ancora il tempo per un paio di battute, per una sigaretta, ed è già ora di ripartire.

Provo subito a dormire e mi sembra di potercela fare, ma un’improvvisa fermata del bus seguita da numerose imprecazioni dell’autista mi spingono a svegliarmi e ad andare a vedere che succede. Un camion che procedeva in senso contrario è rimasto completamente impantanato e blocca la strada; oltre al nostro, altri veicoli stanno aspettando che si risolva il problema, e chi dispone di una pala o di qualche altro attrezzo presumibilmente utile si precipita ad aiutare i camionisti. Lo spirito di solidarietà è altissimo, ma per vincere la “battaglia” contro acqua e fango serviranno quasi 2 ore e l’aria sul bus diventa subito soffocante: dopo 24 ore di viaggio gli odori non sono certo dei migliori, il tasso di umidità è altissimo, e appena smette di piovere veniamo attaccati dai mosquitos [14]. Così preferisco scendere e affondare le mie scarpette nel fango rossastro e seguire le operazioni di soccorso da vicino. Scende anche il paraguaiano e ne approfitto per ricordargli che da queste parti non è sempre facile fare delle previsioni e proseguiamo ridendo dell’accaduto.

Una volta ripartiti mi addormento in pochi secondi e mi sveglio direttamente al terminale degli autobus di Santa Cruz de la Sierra, seconda città della Bolivia in ordine di grandezza dopo la capitale La Paz. Sono quasi le 2,30 del mattino, il viaggio è durato 30 ore, “solo” 3 in più del previsto. Mi sento stanco ed un po’ intontito, ma anche molto appagato: quasi quasi... torno indietro!

Quasi tutti i passeggeri mi rivolgono un cortese cenno di saluto, accompagnato da un augurio di buena suerte; una stretta di mano col paraguaiano ed un abbraccio con Polen, che poi andrò a trovare a casa, completano il rituale. Que le vaya bien.

 

Daniele Sacchetti

 

P.S. Questo articoletto, scritto nel novembre del 2001, ripercorre uno dei tanti lunghi spostamenti in autobus compiuti nel continente latinoamericano. Vi assicuro che in Bolivia non è inusuale trovarsi in situazioni di questo tipo (mi è capitato di peggio) quindi se avete voglia di avventure e siete disposti a fare qualche piccolo sacrificio Vi consiglio di andarci.

 


Note:

 

[1] Coche cama: vettura letto. Si tratta di ottimi bus con aria condizionata e con bagno, dove ci si riesce quasi a sdraiare ed il comfort è molto alto.

[2] Mariscal Estigarribia: piccola cittadina paraguaiana nella regione del Chaco.

[3] Hermano: fratello.

[4] Potosì: cittadina del sud della Bolivia che conserva il fascino delle antiche città coloniali e sorge in una delle zone minerarie più ricche del mondo. Nonostante le difficoltà di accesso (si trova a circa 4000 di altezza) ed il “saccheggio” delle ricchezze da parte degli Spagnoli ai tempi delle colonie, è ancora presente un’importante industria mineraria.

[5] Cochabamba: terza città della Bolivia in ordine di grandezza. Situata a circa 2500 metri di altezza mantiene sempre un clima molto piacevole. Negli ultimi anni la città si è sviluppata parecchio e c’è stata una fortissima urbanizzazione e attualmente la sua popolazione raggiunge il 1200000 abitanti.

[6] Guaranies: moneta paraguaiana.

[7] Chaco: regione geografica del Sud America condivisa da Paraguay, Bolivia e in parte dall’Argentina. Si tratta di una zona pianeggiante, calda e semiarida, caratterizzata da una vegetazione secca e piuttosto bassa.

[8] Ñandù: tipico uccello sudamericano le cui somiglianze con lo struzzo sono incredibili. L’unica differenza estetica consiste nel fatto che lo ñandù è di dimensioni un po’ più piccole e che il suo piumaggio è più grigio.

[9] Guerra del Chaco: conflitto armato tra la Bolivia ed il Paraguay per il possesso della regione del Chaco (1929-1935), alla fine del quale la maggior parte del territorio conteso venne assegnata al Paraguay in seguito al trattato di pace stipulato a Buenos Aires con la collaborazione di Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Perù e Stati Uniti.

[10] Bolivianos (in italiano boliviani): curiosamente in Bolivia i soldi si chiamano come gli abitanti.

[11] Mate de coca: tisana a base di foglie di coca molto usata nei paesi andini. Ha proprietà digestive, diuretiche, regola il metabolismo, aiuta a sopportare la fame e la fatica e fa benissimo contro il mal di altura. Non è certo da confondere con la famosa droga.

[12] Guaraní: popolazione indigena diffusa nel sud del Brasile (stati di San Paolo e Rio Grande do Sul), nel nord dell’Argentina e soprattutto nel Paraguay.  Sono dediti prevalentemente all’agricoltura ma conoscono la ceramica e la tessitura.

[13] Ñanduti: prodotto tessile degli indios guaraní. Si tratta di un centro da tavolo le cui forme e dimensioni possono variare a seconda delle esigenze. Di solito sono rettangolari o tondeggianti e possono essere a tinta unita o di svariati colori. In quelli più autentici viene svolta a mano non solo la tessitura ma anche la filatura del cotone.

[14] Mosquitos: zanzare.

Inserisci un nuovo commento
Commento
Codice di sicurezza
Codice di sicurezza
Ricopia il codice che vedi nell'immagine, serve per verificare che i commenti non siano scritti in automatico, ma da persone vere.
Nome utente (nick)