Barka, Burkina Faso! – viaggio di conoscenza in uno dei Paesi più poveri del Mondo

Al campment del villaggio di Tangaye
Inserito da Nicole Triboli martedì 31 gennaio 2012

Difficile trovare le giuste sequenze di parole per descrivere il mio recente viaggio in Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del Mondo. Potrei definirlo un insieme di emozioni dalle sfaccettature diverse ma unite dalle comuni sensazioni di naturalezza, serenità e armonia. Oppure ne potrei parlare come un viaggio di conoscenza che ha superato le aspettative, seppure altissime. O, ancora, lo potrei associare ad una calamita, che con la sua forza magnetica mi ha attirato a sé lasciandomi scoprire e capire i motivi solo in un secondo momento.


Difficile non cadere nella retorica quando si parla del Continente Nero. Il famoso e commerciale detto “Mal d’Africa”, per quanto vero e reale, ha assunto connotazioni fin troppo abusate e inflazionate: si rischia di dire cose scontate quando vi si fa riferimento.


 

Sono partita con due compagni di viaggio grazie all’associazione di Faenza T-Erre, che si occupa di turismo responsabile, Kaleidos, cooperativa che offre servizi nel settore educativo e formativo, Manitese, ONG che implementa progetti di cooperazione internazionale per la sperimentazione di stili di vita consapevoli e sostenibili, e in particolare mi sento di ringraziare Michele Dotti per la tenacia e forza di volontà dimostrata in più occasioni nell’averci organizzato il viaggio.


 

Sono partita per curiosità, per rapportarmi con una tradizione, quella africana, che da sempre mi richiama a sé, per conoscere e entrare in contatto con persone diverse e lontane, per scoprirne i valori.
Il viaggio è durato quasi tre settimane, durante le quali abbiamo avuto la possibilità di visitare gran parte del Paese ed entrare in contatto con una cultura tanto diversa dalla nostra, quanto affascinante. Il Burkina Faso ha una superficie che è pari più o meno a quella dell’Italia, anche se non è densamente popolata come il BelPaese (61,4 contro 202,5 abitanti per km quadrato).


 

Per i primi 5 giorni abbiamo visitato la parte est, siamo stati ospiti del villaggio di Tangaye in cui nel corso degli anni sono stati costruiti pozzi, una diga, una scuola, un dispensario grazie ai finanziamenti raccolti in Italia ma col coinvolgimento e col lavoro dei burkinabè. I bambini del villaggio ci hanno adottato appena scesi dalla jeep, senza esitazioni né diffidenti sospetti, i vecchi saggi ci hanno accolto con ospitalità e i loro racconti di leggende e storie ci hanno fatto sentire parte di un mondo molto legato alla tradizione e fieramente rispettoso del proprio passato. E’ stata senza dubbio la parte più ricca a livello emotivo di tutto il viaggio: “programmare” le nostre giornate in base ai ritmi e alle abitudini del posto, condividere momenti quotidiani essenziali come andare al pozzo a prendere l’acqua per lavarci, avere il privilegio di avere guide particolarmente sprezzanti del pericolo (i bambini!) nelle nostre improvvisate escursioni…aspetti che fanno sentire qualcosa in più di un semplice ospite.

 

 

Dall’est siamo approdati al nord e poi nel Sahel, nel deserto, a contemplare momenti di silenzio, calme e tranquillità in contrapposizione alla chiassosa gioia caotica vissuta a Tangaye. Il deserto avanza senza ostacoli, la carestia aumenta, la popolazione di queste terre, pur nella loro fierezza racchiusa e custodita nei turbanti tuareg, fronteggia emergenze alimentari causate soprattutto dalla carenza di acqua per la perenne siccità; ma i ricorrenti “no problema” e i sorrisi che hanno accompagnato le chiacchiere serali a Gandafabou e Oursì seduti attorno al fuoco sorseggiando tè bollenti e super concentrati, ridimensionano le ansie e le preoccupazioni.

 

 

In Burkina non si forzano le cose, gli avvenimenti, le persone…non si pensa al futuro in termini angoscianti e catastrofici. Non si tratta, a mio avviso, di superficialità e menefreghismo, al contrario quello che ho percepito è saggezza e solidale responsabilità. Burkina Faso significa “Terra degli uomini integri”, è stato ribattezzato così da Thomas Sankara, il Che Guevara africano,  l’indiscusso leader burkinabè che per i (troppo) pochi anni in cui è stato alla guida del Paese ha fatto respirare aria nuova al suo Popolo, dal sapore di libertà, orgoglio e onestà. Il significato del nome è chiaro fin da subito, quando si arriva in aeroporto a Ouagadougou, la capitale, dopo una mezza giornata passata fra volo e cambi di aerei, e acquista sempre più forza ogni volta che si ha il piacere di parlare con un burkinabè.

 

 

Dopo il nord e la sua savana che si trasforma in sabbia desertica, siamo approdati nella parte sud-ovest in una natura selvaggia ma accogliente, terra ospitale per animali liberi come ippopotami e elefanti. Ci siamo tuffati nelle cascate di Karfiguelà e, passando attraverso i grandissimi campi di canna da zucchero, siamo arrivati ai “duomi di Fabedougoù”, particolari conformazione rocciose, mentre il sole tramontava e la luna saliva. Durante il tragitto abbiamo visitato l’associazione Wouol, che è entrata nel circuito del Fair Trade: ci hanno raccontato le difficoltà di far parte del commercio equo e solidale (soprattutto per quanto riguarda i documenti da compilare e le certificazioni da rispettare) ma anche le soddisfazioni legate a questa scelta.

 

 

Poi ancora più a sud, a farsi trasportare dai coinvolgenti ritmi di doum-doum, djembe, balafon nel suggestivo quartiere vecchio di Bobo Dioulasso, intriso di argilla e ricoperto di terra rossa.


 

La terra rossa che stimola riflessioni, che si sedimenta nei vestiti e non va via con l’acqua del pozzo, che ricopre la pelle e tinge i capelli, che fa avanzare dubbi e speranze, che ti dà un senso di sicurezza, che rapisce gli occhi e ipnotizza la mente.  La terra rossa che non vorresti mai lasciare. Che vorresti che non ti lasciasse mai. La terra rossa che mi aspetta per il prossimo viaggio, perché so perfettamente che la calamita è ancora in funzione e presto si caricherà a tal punto che non potrò resistere e dovrò ripartire. Per rivivere la serenità che mi hanno regalato i sorrisi dei bambini, per sentire di nuovo gli odori degli animali rachitici, per perdermi nei tanti (troppi) pensieri riflessivi e collegarli uno ad uno alle migliaia di stelle che ogni notte illuminano un cielo infinito.

 

 

“Barka, Burkina!”, “Grazie, Burkina!”

 

 

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