"Meglio perdere il cappello che la testa"

Inserito da Michele Dotti sabato 09 luglio 2011

Intervista a Joseph Ki-Zerbo, di Michele Dotti.

 

Incontriamo il Prof. Joseph Ki-Zerbo, il più grande storico africano, nella sua casa di Ouagadougou, in Burkina Faso. L’occasione si presenta grazie all’amicizia che lo lega da anni ad uno dei partecipanti al nostro viaggio di turismo responsabile, Anastasio Ferrari, e nonostante le sue condizioni di salute precarie.

 

E’ in piedi solo da pochi giorni, ci dice, dopo 5 mesi passati a letto in malattia, “Quando stavo male – sorride, come sempre – c’era una folla tale di gente che mi voleva rendere visita, che abbiamo dovuto chiudere il cancello esterno. Mia moglie li informava ogni giorno sulle mie condizioni…”. Lo troviamo molto invecchiato e sembra impossibile che un corpo così provato possa contenere una mente tanto lucida e brillante!

 

Ci chiede cosa pensi la gente in Europa dell’Africa. Gli risponde Giorgio Gatta, di Pax Christi, che molti non ne sanno proprio nulla se non quello che la tv ci presenta, che spesso sono solo gli aspetti più negativi, le guerre, le carestie… L’informazione ha un ruolo decisivo nell’immaginario collettivo sull’Africa. Allora rovescio la domanda al Professore, chiedendogli cosa ne pensa lui dell’Europa. Mi sembra che l’Europa in un primo momento si sia distinta abbastanza, per la maggior parte dei paesi, dalla politica americana di Bush sulla guerra, ma ora temo che in nome della sicurezza, spinti dalla paura, si possano legittimare azioni che schiaccino i più deboli del pianeta”.

 

Gli chiedo allora cosa servirebbe all’Africa oggi, per risollevarsi. “Le priorità per l’Africa oggi sono tre: anzitutto l’Unità africana, poi l’educazione, e infine la democrazia. Ma è l’unità africana la vera priorità, senza la quale non ci sarà mai democrazia, perché senza un mercato interno africano non ci può essere il valore aggiunto che viene dalla lavorazione delle merci; e così non ci può essere la classe media che è alla base della democrazia. Ora abbiamo solo pochi ricchi che si arricchiscono sempre più, mentre le masse sono sempre più povere; in questo modo rimarremo sempre solo produttori di materie prime per gli altri; non “soggetti della nostra storia”, ma “oggetti della storia degli altri”. Un proverbio burkinabé dice che  “I legni bruciano solo quando stanno vicini”. Noi ora siamo divisi, e nessun paese da solo può farcela ad uscire dalla crisi. Dobbiamo riunirci per accendere il fuoco, solo allora potremo donare un colore nuovo all’arcobaleno della storia umana, il colore dell’Africa. Solo uniti potremo avere una personalità ed è in questo che abbiamo bisogno non tanto di aiuti economici, ma di ricostruire il tessuto delle relazioni.

 

“Meglio perdere il cappello che la testa” recita un proverbio; beh, oggi l’Africa sembra più preoccupata del suo cappello che della sua testa e il rischio è quello dell’omologazione culturale. Senza unità africana avremo non solo povertà ma un continuo impoverimento e questo sta portando ad una urbanizzazione sempre più rapida che ha un duplice effetto negativo: spopola le campagne che invece avrebbero tanto bisogno dei loro giovani, e ingrossa le file dei disperati nelle città; questi poi, emigrando andranno a cercare lavoro in Europa. Però noi sappiamo bene che ora non c’è lavoro in Europa! La disoccupazione, del resto, è un fatto strutturale, come è strutturale il debito estero.

All’ultimo G8 i potenti della Terra hanno teso una mano verso l’Africa, ma questo non basta! Io sono sicuro che se noi oggi cancellassimo il debito dei paesi poveri, domattina si sarebbe già riformato, perché è strutturale. Non basta cancellare il debito, bisogna cambiare le regole del gioco! La crisi attuale è il frutto delle politiche neo liberiste e della deregolamentazione. Le regole sono necessarie, non può essere lasciato tutto nelle mani delle imprese private”. Gli chiedo allora “Pensa che arriveremo mai all’unità africana?

 

Quanto tempo ci vorrà?”. Sorride. “E’ molto difficile, perché un’Africa unita fa paura a molti. Ma noi non chiediamo più potere per dominare, ma solo per poter essere liberi e indipendenti davvero. Quanto ci vorrà? Nessuno può saperlo. Credo però che dobbiamo cercare di realizzarla nel medio periodo, in decenni, perché se ci adagiamo a ragionare sui tempi lunghi, sui secoli, forse non ci arriveremo mai”.

 

Noi siamo senza parole, lui invece è radioso e ci lascia ringraziandoci: “Ascoltare è donare e voi mi avete ascoltato a lungo, per questo voglio ringraziarvi molto”.

 

Ci congediamo auspicando di vederlo ancora in Italia, in marzo, il prossimo anno, al Convegno Internazionale sull'Africa di Ancona. Ci risponde che gli piacerebbe tornare in Italia, anche per andare a trovare gli amici dell'Universita' di Padova che gli hanno conferito qualche anno fa la Laurea Honoris Causa.

Usciamo da quella casa dopo quasi un’ora di incontro, certi di aver incontrato uno dei più grandi uomini dell’Africa: un uomo che la storia non l’ha solo studiata, ma la sta scrivendo giorno per giorno.

 

 

Joseph Ki Zerbo, laureato in Storia alla Sorbona nel 1953 e diplomato all'Institut d'Études Politiques di Parigi nel 1955, laureato HC all'Università del Ghana, dopo un'attività decennale di insegnamento nelle scuole superiori in Francia, Senegal, Guinea Conakry e Alto Volta, dal 1968 al 1973 ha ricoperto la cattedra di Storia all'Università di Ouagadougou. È una delle personalità più autorevoli e cristalline della cultura e della politica del Burkina Faso: storico di professione, membro del Parlamento, Presidente del maggior partito di opposizione, conduce una campagna serrata per l'affermazione della democrazia in Burkina Faso e nell'Africa intera. La sua "L'Histoirie de l'Afrique Noire", pubblicata nel 1972, rappresenta ancor oggi uno dei riferimenti d'obbligo per la storiografia del continente africano, evidenziando i rapporti complessi e contradditori tra le strutture di base e gli apporti della colonizzazione nella costruzione dell'Africa contemporanea.

Nel 2005 e' uscito un suo libro edito dalla EMI, dal titolo "A quando l'Africa?".

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