Le feste religiose in Burkina Faso: il Santo Natale e la Tabasky Musulmana

Inserito da Jeannette Kuela e Michele Dotti mercoledì 08 febbraio 2017

La festività natalizia in Burkina Faso non è semplicemente un momento di “spiritualità cristiana”, come si potrebbe immaginare, ma è molto di più.

Non è solo “spirituale” perché coinvolge attivamente anche la corporeità attraverso tutti e cinque i sensi.

E non è soltanto “cristiano” perché vi partecipano, a titolo diverso e con modalità differenti, tutte le fedi presenti nel Paese, in un grande rito di condivisione collettiva.

All’avvicinarsi del Natale la capitale del paese, Ouagadougou, si accende di colori, suoni, profumi e sapori ancor più di quanto non avvenga durante tutto il resto dell’anno.

Sono anzitutto i mercati ad animarsi, già dalla metà di dicembre, con una maggiore ricchezza di merci e un incredibile fermento di trattative, sempre aperte e concluse da una forte stretta di mano di chi ha contrattato.

Le bancarelle affollate si riempiono di stoffe colorate, i meravigliosi “pagne” africani, che grazie al paziente lavoro dei numerosi sarti diventeranno i vestiti del giorno della festa.

Il “pret a porter” infatti è praticamente assente in Burkina. Il capo indossato il giorno dela festa è il frutto di un percorso lungo, che inizia settimane prima e va dalla scelta accurata della stoffa, alle misure del sarto, fino alle finiture più raffinate, negli ultimi giorni prima del Natale.

Le parrucchiere si preparano ai giorni più “caldi” dell’anno, perché ogni donna, giovane o anziana, vuole rifarsi le trecce per la ricorrenza, scegliendo la propria fra le mille acconciature possibili; e talvolta occorrono fino a tre giorni di tempo per quelle più elaborate!

Alla vigilia della festa i profumi che si alzano dalle cucine -spesso all’aperto- dei cortili, si diffondono nell’aria e si confondono fra di loro creando un aroma inconfondibile... e indescrivibile!


Le musiche delle radio e degli stereo si accavallano lungo il cammino, creando un palpabile clima di euforia lungo le strade si Ouagadougou.

Questo clima di festa cresce negli ultimi giorni, arrivando quasi a cancellare - almeno per qualche giorno ogni anno- i mille problemi che gravano sulla società burkinabè.

La vigilia è un momento speciale, gli ultimi preparativi si rincorrono ed è forse l’unico giorno dell’anno in cui può capitare di vedere tanta gente correre indaffarata, cosa assai rara in Africa a meno che “qualcuno non sia inseguito o non stia inseguendo qualcosa”, come dice un vecchio proverbio.

Il giorno della festa è una vera orgia di abbracci, saluti, brindisi, assaggi dei manicaretti preparati nei giorni precedenti, il momento in cui sfoggiare finalmente il vestito nuovo, realizzato magari con il pagne religioso stampato appositamente per quel Natale e che rimarrà come una specie di “foto ricordo” per tutta la vita.

Dalle Chiese cristiane, stracolme, escono i cori meravigliosi che le corali hanno provato per mesi, accompagnate dai djembè, dalle calebasse e da molte altre percussioni minuscole ma indispensabili all’insieme della sonorità.

Nei momenti di massima intensità si levano i gridi di gioia acutissimi delle donne, specie le più anziane, che in certi momenti fanno venire la pelle d’oca.

Dalle Chiese protestanti si diffondono sonorità più moderne, canti potenti in stile gospel, accompagnati da batteria, basso, chitarra e tastiere.

E’ difficile trovare un posto a sedere in qualunque Chiesa a meno di non arrivare almeno un’ora prima dell’inizio.

Chi arriva trafelato solo con pochi minuti di anticipo spesso non riesce neppure ad entrare e si va ad aggiungere alla folla che segue la cerimonia in piedi, dall’esterno, attraverso gli altoparlanti.

Qualcuno rinuncia in partenza e preferisce portarsi da casa un piccolo tabourè, uno sgabellino, per sedersi all’ombra di un albero nel grande cortile della parrocchia e seguire con calma e al fresco la Messa, che può durare anche più di tre ore.

Ma il Natale non è solo una festa cristiana, coinvolge anche le altre comunità religiose.

E’ frequente che i musulmani aiutino gli amici cristiani a pulire la Chiesa al mattino presto, prima della S.Messa.

Così come i cristiani, specialmente nei villaggi, aiutano talvolta i musulmani a fabbricare i mattoni di terra per costruire la loro moschea.

Del resto molte famiglie in Burkina Faso sono composte da persone di fede diversa; la madre può essere cristiana, il padre musulmano, i figli protestanti e il nonno animista.

La convivenza pacifica fra le diverse religioni qui non è solo un auspicio, ma nella maggior parte dei casi il normale vissuto della gente.

Come diceva il grande Amadou Ampate Ba: “Esistono molti sentieri diversi che conducono alla vetta della montagna, ma la cima non è che una sola.”

Questo è ormai parte della consapevolezza diffusa e nell’occasione delle festività è ancora più evidente a tutti.

Ogni cristiano offre da mangiare ai propri vicini di casa musulmani, così come loro faranno, ricambiando lautamente, in occasione dell’importante ricorrenza della Tabaskì.


La Tabasky, chiamata anche Aid el Kebir o più semplicemente “la festa del montone” è la Festa del Sacrificio e ricorre alla fine del mese del Pellegrinaggio alla Mecca.

Cade circa settanta giorni dopo la Korité, cioè la fine del Ramadan.

Queste due festività rappresentano la misericordia di Dio verso i musulmani, che sono chiamati a parteciparvi come testimonianza della loro fede e per confermare il senso d'appartenenza alla umma, la Comunità dei fedeli. Sono vissute con gioia, felicità ed unione. Non è permesso digiunare durante questi giorni di festa, anzi l'Islam invita i credenti e le loro famiglie a festeggiare anche attraverso la preparazione di cibi speciali e dolci da condividere con vicini di casa, amici e bisognosi.


La mattina della Tabasky, dopo la preghiera dell’alba, vengono sacrificati i montoni, in commemorazione del sacrificio di Abramo (Ibrahim), che non esitò a sacrificare il proprio unico figlio Ismaele (nella Bibbia Isacco) e del miracolo compiuto da Allah che lo sostituì con un montone.

La pratica rituale del sacrificio era una pratica già utilizzata nell’Arabia pre-islamica, ma la ritroviamo anche nel Cristianesimo e in altre religioni.

Non si deve, però intendere il sacrificio dell’animale, come un atto propiziatorio di favori, ma come un ripetere le gesta di Ibrahim e la sua cieca obbedienza.

A differenza del racconto biblico, nel Corano Ibrahim fa un sogno, che egli ritiene provenire da Allah, nel quale gli viene chiesto di sacrificare il figlio Ismaele. La cosa stupefacente e’ l’atteggiamento che i due hanno nei confronti di questo ordine divino: in entrambi, sia nel padre che nel figlio non vi e’ un momento di incertezza, ma da muslim, essi si sottomettono alla volontà di Allah. Stupisce l’atteggiamento di Ismaele che dice “padre mio, fai quel che ti è stato ordinato”, non c’e’ paura, non c’è esitazione di fronte alla parola di Allah, non ci sono incertezze.

Mai però Allah diede l’ordine diretto ad Ibrahim, in questo senso alcuni giuristi musulmani sostengono che non potrebbe Dio volere la morte di una sua creatura, e anche in questo senso si deve intendere il sacrificio che viene offerto, come un simbolo di condivisone e gratitudine dei servi nei confronti di Allah.

Dopo aver ucciso il proprio montone, ogni famiglia, dona un terzo della carne ai poveri del quartiere, passando con un grande piatto di casa in casa. Una coscia del montone invece spetta alla Bajén del capo famiglia.

Mentre le donne di casa si occupano del montone: lo spellano, lo tagliano, lo cuociono alla griglia i ragazzini preparano il tè e tutti assaggiano un po’ di carne.

Dopo il pranzo ci si veste con abiti nuovi ed eleganti e si fa visita a parenti, amici e vicini per porgere gli auguri e chiedere perdono.

Così come avviene per il Natale, anche per la Tabasky è molto importante trascorrere le feste con parenti ed amici, visitando, se e' possibile, anche quelli lontani, poiché ciò aiuta a rinsaldare i vincoli familiari ed affettivi.

I bambini invece escono in gruppi di otto o dieci e bussano ad ogni casa per chiedere la “sambé” (offerta spesso in monete o a volte in dolciumi che viene data ai più piccoli durante le feste).


Quello che unisce in queste grandi feste le persone di ogni credo, di ogni lingua ed etnia diversa (e ce ne sono più di 60 in Burkina!) è uno stesso sogno comune, la speranza in un domani migliore, la voglia di andare avanti nonostante tutto.

Spesso per comperare il proprio vestito nuovo, specialmente nei villaggi, i ragazzi più giovani spendono quanto hanno guadagnato in mesi di lavoro nel proprio campo di arachidi o cotone.

Può sembrare una follia. Io trovo invece che sia straordinario...


Una dichiarazione estrema di una sete di dignità che, se anche si può raggiungere per un solo giorno all’anno, dimostra almeno di essere possibile e permette di continuare a sperare per l’avvenire!

Il Natale e la Tabasky in Burkina Faso sono tutto questo e molto altro ancora.

Ma il resto purtroppo, o per fortuna, non si può raccontare a parole.



Un testo scritto a quattro mani da Jeannette Kuela e da Michele Dotti per il libro "Dudal Jam, a scuola di pace" (ed.EMI).

Il volume contiene anche un CD-rom multimediale con moltissimo materiale per approfondire i temi trattati nel testo.


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